Italiani sempre più poveri: arriva la conferma dell’Istat

I poveri in Italia sono sempre di più: il 13,6% della popolazione vive in condizioni di povertà relativa, mentre il 5,2% vive in condizioni di povertà assoluta. E il governo che farà?

La crisi mondiale ha colpito la maggior parte dei settori economici, ma ci sono alcuni settori, come quello dell'enologia, che non hanno risentito della crisi finanziaria e hanno continuato a produrre notevoli profitti. Secondo dei dati statistici provenienti direttamente dalla Coldiretti, gli occupati nel settore enologico sono cresciuti piu' del 50% negli ultimi dieci anni. La professione dell'enologo e' molto interessante, e sempre piu' giovani decidono di intraprendere un corso di studi per imparare tutte le nozioni teoriche e pratiche necessarie. Ma qual'e' il percorso di studi piu' indicato per diventare un enologo? Fortunatamente l'Italia, una delle capitali mondiali del vino, non ha problemi nell'educazione di questo settore, e per cominciare e' sufficiente iscriversi ad una facolta' universitaria di Agraria, con indirizzo "Viticoltura ed Enologia". La laurea breve da 3 anni comunque non basta per diventare un buon enologo, bisogna anche frequentare dei corsi di specializzazione, master e di aggiornamento. Oggigiorno c'e' molta concorrenza sul mercato, e per crearsi una buona posizione e' necessario studiare molto e avere anche quanti piu' contatti possibili con le Aziende Agricole. Un enologo solitamente e' un libero professionista dotato di partita IVA che offre la propria consulenza alle Aziende Agricole. L'enologo ha il compito di controllare il totale rispetto delle norme igieniche dello stabilimento, il corretto funzionamento delle macchine, la struttura dell'edificio (umidita' nell'aria, presenza di ossigeno, eccetera...), oltre a gestire personalmente le fasi del processo di trasformazione, produzione e invecchiamento del vino. La professione di enologo e' ufficialmente riconosciuta in Italia, Francia, Spagna e Svizzera, e a breve lo sara' anche in Germania, Cina, Brasile e Cile.

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Sebbene non ci fosse certo bisogno dell’ufficialità dell’Istituto Nazionale di Statistica per comprendere quanto gli italiani stiano diventando sempre più poveri, l’Istat conferma il sentir comune ricordando come in Italia ben 8,2 milioni di persone vivano in condizioni di povertà relativa, e come 3,4 milioni di persone vivano in condizioni di povertà assoluta. Numeri che, per certi aspetti, sono addirittura peggiori di quelli preventivati, e che contribuiscono a fotografare in maniera impietosa lo stato di vita dei nuclei familiari della Penisola.

I dati Istat

Secondo quanto precisato dall’Istituto Nazionale di Statistica, nel nostro Paese vi sarebbero infatti 8,2 milioni di persone in grado di vertere in condizioni di povertà relativa, pari all’11,1 per cento delle famiglie abitanti nel territorio nazionale, e al 13,6 per cento della popolazione residente. In condizioni di povertà assoluta vivono invece 3,4 milioni di persone, ovvero il 5,2 per cento delle famiglie.

Stando al rapporto dell’Istat, il quadro sarebbe particolarmente buio, considerando altresì che – a render più grigio il contesto – sono appena arrivati i dati comparativi del mercato del lavoro italiano rispetto a quello europeo. Si scopre così che nel vecchio Continente l’Italia detiene il poco invidiabile record sul numero degli inattivi, ovvero su coloro che non hanno un lavoro, non studiano e sono talmente sfiduciati da non cercare alcun posto professionale.

Ebbene, l’Istat ricorda che in Italia gli inattivi (neet) sarebbero il 37,8 per cento della popolazione, rendendo l’Italia fanalino di coda europeo insieme a Grecia e Malta. Il tasso d’inattività tra i 15 e 64 anni sarebbe infatti pari al 37,8 per cento, elevato al 48,5 per l’inattività femminile.

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I dati sull’occupazione e sulle imprese

Non solo: l’Istat ricorda anche come nel 2011 si sia registrata un’occupazione pari al 61,2 per cento della popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni, con una proporzione di un decimo di punto in più rispetto al precedente 2010. Dati che pongono l’Italia in coda all’Europa, davanti alle sole Ungheria e Grecia. Ancora peggiori le stime per la popolazione femminile, con una percentuale pari al 49,9 per cento.

Secondo quanto ha recentemente pubblicato Rete Imprese Italia, infine, nei primi nove mesi del 2012 hanno chiuso i battenti 216 mila imprese artigiane e di servizio, mentre il reddito annuo procapite è sceso a 17 mila euro l’anno, contro i 19.500 del 2007.

A crescere è invece l’unico dato sgradito, quello della pressione fiscale, oggi al 55 per cento.