L’Italia e la cronica mancanza di lavoro

Disoccupazione è una delle parole a cui chiunque sia nato dopo gli anni 70, è più abituato.

La crisi mondiale ha colpito la maggior parte dei settori economici, ma ci sono alcuni settori, come quello dell'enologia, che non hanno risentito della crisi finanziaria e hanno continuato a produrre notevoli profitti. Secondo dei dati statistici provenienti direttamente dalla Coldiretti, gli occupati nel settore enologico sono cresciuti piu' del 50% negli ultimi dieci anni. La professione dell'enologo e' molto interessante, e sempre piu' giovani decidono di intraprendere un corso di studi per imparare tutte le nozioni teoriche e pratiche necessarie. Ma qual'e' il percorso di studi piu' indicato per diventare un enologo? Fortunatamente l'Italia, una delle capitali mondiali del vino, non ha problemi nell'educazione di questo settore, e per cominciare e' sufficiente iscriversi ad una facolta' universitaria di Agraria, con indirizzo "Viticoltura ed Enologia". La laurea breve da 3 anni comunque non basta per diventare un buon enologo, bisogna anche frequentare dei corsi di specializzazione, master e di aggiornamento. Oggigiorno c'e' molta concorrenza sul mercato, e per crearsi una buona posizione e' necessario studiare molto e avere anche quanti piu' contatti possibili con le Aziende Agricole. Un enologo solitamente e' un libero professionista dotato di partita IVA che offre la propria consulenza alle Aziende Agricole. L'enologo ha il compito di controllare il totale rispetto delle norme igieniche dello stabilimento, il corretto funzionamento delle macchine, la struttura dell'edificio (umidita' nell'aria, presenza di ossigeno, eccetera...), oltre a gestire personalmente le fasi del processo di trasformazione, produzione e invecchiamento del vino. La professione di enologo e' ufficialmente riconosciuta in Italia, Francia, Spagna e Svizzera, e a breve lo sara' anche in Germania, Cina, Brasile e Cile.

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Dall’arresto del boom economico non si fa altro che parlare di disoccupazione, eppure in tutti questi anni, siamo rimasti a guardare impotenti mentre l’economia del Paese andava sempre peggio ed il mercato del lavoro diventava rigido, poco competitivo e sempre più giovani non riuscivano a trovare lavoro. Fino alla situazione di stasi di oggi.

Il lavoro in realtà sembra un problema in genere di tutta l’Eurozona, che non può essere risolto con cure palliative come i mini job, l’assistenzialismo e la famosa “flessibilità”: non sono lavori poco pagati a permettere ai cittadini di formare famiglie (la base della società), acquisire una casa, consumare e far ripartire l’economia con i consumi su cui si basa il nostro sistema economico (con tutti i suoi limiti). Un cerchio che oggi è bloccato da tantissimi fattori, che vanno però affrontati costruendo nuovi paradigmi funzionanti e non cercando di mettere tappi momentanei scimmiottando quello che hanno fatto altri per sopravvivere un altro anno (o un’altra legislatura).

Far ripartire il mercato del lavoro richiede ridurre tasse e burocrazia, per favorire le aziende che assumono, e tutti coloro che vogliono investire in Italia. Un lavoro esteso va fatto poi sul Marchio Made in Italy, che se fosse un brand registrato sarebbe il terzo al mondo dopo Coca Cola e Visa: produrre in Italia quindi rappresenterebbe un grosso vantaggio per chi vuole vendere prodotti con un marchio che verifichi l’effettiva provenienza del prodotto ma al momento i vantaggi del marchi sono vanificati sia dalle enormi tasse che gli imprenditori devono pagare sia dall’inefficacia delle leggi anti-contraffazione.

L’importanza del Made in Italy come marchio è stata capita da molti imprenditori, da Farinetti di Eataly a o come si legge nel sito ufficiale di Francesco Corallo, imprenditore che sul web parla molto di Made in Italy ed Italia, e queste misure per incentivare gli investimenti e l’assunzione in Italia avrebbero anche l’effetto di aumentare il reddito delle famiglie facendo quindi ripartire i consumi ed avviando di nuovo una domanda interna di beni e servizi che porterebbe a nuovi posti di lavoro, nuovi introiti per lo stato, e risorse spendibili per il beneficio di tutti. Insomma una nuova epoca d’oro, un nuovo Boom economico possibile.

Certo per fare tutto questo c’è bisogno di una classe dirigente che ci porti a queste condizioni e che sia capace di guidarci attraverso i futuri e possibili tempi migliori evitando gli errori del passato. E per il momento, paradossalmente, se i giovani devono andarsene o non possono costruirsi una vita dopo gli studi perché non trovano lavoro è difficile in Italia formare sul campo una classe dirigente basata sul merito e non su clientele e raccomandazioni. Un cerchio che va rotto con ricette coraggiose: non sono gli 80 euro, non sono i piccoli bonus fiscali per chi assume un giovane, ma misure durature che abbiano un progetto a lungo termine e che non cambino ad ogni legislatura o perdano la copertura finanziaria ogni volta che qualche leader nordeuropeo ci chiede di abbassare il debito pubblico.

Al momento in Italia il lavoro manca, le fabbriche chiudono, non si investe in ricerca a sviluppo, i professionisti si affollano senza che nel Paese cresca la domanda di servizi, e tante persone che hanno investito per anni nella formazione, con grandi sacrifici individuali e da parte delle famiglie, non riescono ad accedere all’ormai mitologico mondo del lavoro.

Quale Paese avranno in mano queste persone tra qualche anno se non le briciole, se chi può non interviene?