Crisi e lavoro, 134 mila artigiani e commercianti in meno

In sei anni la crisi ha bruciato più di 130 mila imprese commerciali e artigiane: un dato drammatico, confermato dalla Cgia di Mestre.

La crisi mondiale ha colpito la maggior parte dei settori economici, ma ci sono alcuni settori, come quello dell'enologia, che non hanno risentito della crisi finanziaria e hanno continuato a produrre notevoli profitti. Secondo dei dati statistici provenienti direttamente dalla Coldiretti, gli occupati nel settore enologico sono cresciuti piu' del 50% negli ultimi dieci anni. La professione dell'enologo e' molto interessante, e sempre piu' giovani decidono di intraprendere un corso di studi per imparare tutte le nozioni teoriche e pratiche necessarie. Ma qual'e' il percorso di studi piu' indicato per diventare un enologo? Fortunatamente l'Italia, una delle capitali mondiali del vino, non ha problemi nell'educazione di questo settore, e per cominciare e' sufficiente iscriversi ad una facolta' universitaria di Agraria, con indirizzo "Viticoltura ed Enologia". La laurea breve da 3 anni comunque non basta per diventare un buon enologo, bisogna anche frequentare dei corsi di specializzazione, master e di aggiornamento. Oggigiorno c'e' molta concorrenza sul mercato, e per crearsi una buona posizione e' necessario studiare molto e avere anche quanti piu' contatti possibili con le Aziende Agricole. Un enologo solitamente e' un libero professionista dotato di partita IVA che offre la propria consulenza alle Aziende Agricole. L'enologo ha il compito di controllare il totale rispetto delle norme igieniche dello stabilimento, il corretto funzionamento delle macchine, la struttura dell'edificio (umidita' nell'aria, presenza di ossigeno, eccetera...), oltre a gestire personalmente le fasi del processo di trasformazione, produzione e invecchiamento del vino. La professione di enologo e' ufficialmente riconosciuta in Italia, Francia, Spagna e Svizzera, e a breve lo sara' anche in Germania, Cina, Brasile e Cile.

crisi economica

Secondo quanto affermano le ultime statistiche compiute dalla Cgia di Mestre, tra il 2008 e il 2013 sarebbero “scomparsi” ben 134 imprese artigiani e commercianti. La crisi ha – in altri termini – inciso in maniera più che drammatica sulle principali categorie che costituiscono il “popolo” delle partite Iva, con un saldo tra aziende nate e aziende cessate che rimane estremamente negativo.

Di fatti, prosegue la Cgia, se alle nuove accensioni di imprese artigiane si sottrae l’ammontare delle chiusure, si giunge rapidamente a un saldo negativo di 70 mila unità, “limitato” a 64 mila unità per quanto invece attiene i commercianti. Insomma, concludeva l’associazione, sommando i risultati delle due principali categorie di attività imprenditoriali italiane, si scopre che all’appello mancano quasi 134 mila imprese.

Un dato estremamente drammatico e preoccupante, considerato che “dietro” ogni impresa artigiana e commerciali si cela una famiglia, un progetto, dei dipendenti e un indotto che viene a mancare in maniera pressochè irrecuperabile nel breve termine.

Considerato quanto sopra, il lavoro non può che costituire la priorità del nuovo esecutivo in corso di formazione, che non potrà prescindere dall’assunzione di decisioni radicali che – auspichiamo – possano risollevare questo tetro scenario nazionale.